Manet. Ediz. a colori
“Ah, scusate, vi credevo colossale, e cercavo da ogni parte un viso stravolto e patibolare.” In “Manet al Salon” del 1866, Zola racconta l'aneddoto sintomatico della meraviglia di un giornalista cui viene presentato il pittore, “che sta seduto con modestia e occupa uno spazio piccolo piccolo”. Il cliché che si era costituito nell'immaginario comune, dopo gli scandali suscitati da “Le déjeuner sur l'herbe”, i dipinti religiosi e “Olympia”, era appunto quello di una specie di reietto della società, di uomo tormentato e addirittura pericoloso. Al contrario, Manet non aveva mai rinnegato la sua estrazione alto borghese e, come dimostra la scelta di restare sei anni presso Couture, nonostante lo disapprovasse, aveva ogni intenzione di conquistare il successo all'interno del sistema ufficiale dell'arte. La determinazione nel presentarsi per tutta la vita alla giuria del Salon, il rifiuto di unirsi al gruppo dei realisti e, in seguito, di esporre con gli amici impressionisti, indicano come egli fosse l'esatto contrario di un dissidente, o di un sobillatore. Manet era peraltro ben conscio del proprio ruolo di innovatore e voleva anzi esplicitamente imprimere una svolta alla pittura francese, ma non aveva alcuna intenzione di farlo rinnegando la tradizione." (dal saggio di Federica Armiraglio)
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Anno edizione:2017
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